Scenari migratori Africa-Italia
Presentato un volume della Fondazione Migrantes e della Caritas Italiana
Oltre 60 gli autori, africani e italiani, 480 pagine e 56 capitoli, che hanno dato il loro contributo alla stesura del volume “Africa-Italia. Scenari migratori”, realizzato dai redattori del “Dossier statistico immigrazione” della Fondazione Migrantes e della Caritas Italiana. Nel volume vengono affrontati i temi illustrati in occasione del viaggio di studio svolto nel febbraio scorso a Praia, capitale dell’arcipelago di Capo Verde con il duplice scopo di indagare tanto l’emigrazione italiana in Africa quanto l’immigrazione africana in Italia. La scelta di Capo Verde non è stata casuale poiché antica terra di smistamento degli schiavi in partenza per le Americhe e - negli anni Sessanta - luogo da cui sono iniziati i flussi migratori africani verso il nostro Paese. Gli Atti sono stati pubblicati con il contributo del Fondo europeo per l’integrazione dei cittadini di Paesi Terzi, che fa capo alla Commissione Europea ed è gestito dal Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Direzione centrale per le politiche dell’immigrazione e dell’asilo).
Gli africani che vivono nel nostro paese sono un milione, residenti soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna e veneto. la metà ha un lavoro dipendente e circa 61.000 sono titolari di imprese. In futuro la loro presenza aumenterà notevolmente: diventeranno oltre 2,7 milioni nel 2050.
Un tema prevalente del volume è quello dedicato all’emigrazione italiana in Africa. Vecchie e nuove mobilità. Sono pagine davvero interessanti e a stupire non è solo il legame storico che unisce l’Africa all’Italia ma le note di attualità che possono essere rintracciate perché a molti sfugge che su 4 milioni di cittadini italiani all’estero coloro che risiedono in Africa sono 51.232 ovvero l’1,3%.
Sono chiaramente i dati AIRE ai quali occorre unire con ogni probabilità tutte le presenze italiane non registrate e che sfuggono alle statistiche.
Fermo restando che è l’Africa meridionale ad accogliere in assoluto il numero più cospicuo di connazionali rispetto al totale continentale, il Paese che accoglie la comunità di italiani più numerosa è il Sudafrica (29.742). Segue l’Africa Settentrionale le cui comunità più numerose sono, rispettivamente, in Egitto (3.671), Tunisia (2.669) e Marocco (1.834). Anche nell’Africa Orientale vi sono comunità italiane residenti al di sopra del migliaio in Kenya (1.636) ed Etiopia (1.289). Segue lo Zimbabwe (740). Numericamente meno significative, poiché al di sotto del migliaio ma altrettanto interessanti sono, per l’Africa Occidentale, i seguenti Paesi Nigeria (770), Senegal (524) e Costa d’Avorio (405). Guardando alle principali caratteristiche socio-demografiche, il 46,6% del totale residenti italiani in Africa è donna (23.858). Sono soprattutto giovani in età lavorativa ed emigrati di recente. Più del 53% è nubile o celibe, il 38% coniugato. Da sottolineare il dato sui divorzi che se nella media nazionale è dell’1,7%, nel caso degli italiani residenti nel continente africano arriva al 2,4%. L’anzianità di iscrizione conferma questa tendenza giovanile. La situazione degli emigrati italiani nel continente africano, infatti, rispecchia esattamente al contrario la situazione nazionale: se a livello nazionale il 47,2% è iscritto da oltre 10 anni all’Aire, questa percentuale scende al 42% nel caso dell’Africa, mentre tutte le altre percentuali sono al di sopra della media ovvero da
Il 56% degli italiani che risiedono in territorio africano è davvero espatriato, mentre il 35,4% è cittadino italiano per nascita. Il 3,8% è iscritto all’Aire per acquisizione di cittadinanza (la media nazionale è del 2,9%). Gli italiani residenti in Africa sono originari principalmente del Settentrione. Le regioni da cui provengono sono, nell’ordine, Lombardia, Lazio, Veneto e Piemonte. L’origine regionale conferma ancora una volta che si tratta di nuovi flussi migratori. Infatti, a livello nazionale, la presenza italiana all’estero è oggi originaria delle regioni del Sud e delle Isole, ma per quel che riguarda il continente africano l’origine regionale, la motivazione di iscrizione all’Aire, l’età e l’anno di iscrizione determinano il seguente quadro: si tratta di persone fisiche soprattutto di sesso maschile in età di lavoro emigrati in media da 5 anni e presenti soprattutto in Sudafrica, Egitto e Tunisia, Kenya e Nigeria. Guardando alla disaggregazione per Paese di residenza e origine regionale risulta che il Sudafrica è il primo Paese per tutte le regioni italiane; seguono Egitto e Tunisia, ma nel caso del Piemonte comunità numericamente interessanti si trovano in Kenya e Nigeria. Il Kenya è il secondo Paese anche nel caso del Veneto e dell’Umbria.
Il “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes ha curato, nel 2009, due indagini sui nuovi lavoratori italiani in Nigeria e in Senegal con il supporto del sindacato Sei-Ugl, che tramite i suoi operatori ha provveduto alla somministrazione dei questionari in loco. Si è cercato in questo modo di acquisire sul campo notizie in grado di completare quelle desunte dagli archivi ufficiali.
Sono stati somministrati 188 questionari in Nigeria, e
Tra gli intervistati, quanto alla situazione familiare, si riscontra una percentuale notevole di vedovi e separati (più di un decimo degli intervistati per ciascuna categoria) e una percentuale ancor più elevata di conviventi (quasi un quinto delle persone che hanno risposto). Ha figli circa un terzo degli intervistati. Tra di essi, non importa se sposati o meno, 8 su10 sono iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero e il motivo dell’iscrizione deve essere riferito ai benefici che ne derivano (in materia di cittadinanza, di voto all’estero o di altro tipo).
Il livello di formazione è alto e appena un decimo non ha frequentato scuole secondarie superiori o l’università. L’insediamento in questi Paesi è caratterizzato da un continuo rinnovarsi dei flussi, tanto è che una buona metà è composta da italiani che si sono recati sul posto negli ultimi 5 anni, mentre quelli di più consistente anzianità probabilmente hanno scelto il Paese come destinazione stabile.
La conoscenza della lingua locale (inglese e francese) è buona per un quinto degli intervistati o quanto meno sufficiente per la restante quota. In Senegal, dove il francese è più affine all’italiano, l’ottimo livello di conoscenza è più ricorrente. È comprensibile che 3 su 4 intervistati pensano di tornare in Italia: per nostalgia (58,4%), per motivi di famiglia (27,8%), per motivi di lavoro o di studio (13,3%). La nostalgia, la ragione così frequentemente invocata per il ritorno, lascia intendere che le condizioni che caratterizzano l’insediamento in loco non sono ottimali e portano a desiderare quanto si è lasciato in Italia. Comunque, merita attenzione anche il fatto che un quarto degli intervistati dichiari di non voler tornare in Italia.
Dei 131 intenzionati a restare sul posto, un quinto precisa le sue motivazioni per la mancanza di prospettive in Italia (36,6%), per motivi familiari (15,3% il che porta a pensare che sia intervenuto il matrimonio o comunque si viva con una persona del posto), perché è ormai troppo tardi per farlo (25,9%, naturalmente questo è il caso di quanti si sono stabiliti da lungo tempo sul posto e hanno già una certa età), per motivi che non si riesce a spiegare (4,5%) o anche perché il lavoro svolto porta a ritornare in Italia (2,3%). La condizione raggiunta all’estero viene ritenuta buona in tre quarti dei casi, mentre per gli altri si tratta di una semplice sufficienza. Ciò induce a pensare che i nuovi flussi, diretti verso sbocchi lavorativi o imprenditoriali più qualificati, sono in grado di offrire un livello alto di gratificazione. Di grande interesse è la condizione lavorativa riscontrata tra gli intervistati: operano come imprenditori o come lavoratori autonomi o come liberi professionisti (e magari in Italia erano lavoratori dipendenti):
Il lavoro all’estero è sicuro per una risicata maggioranza. Anche i nuovi flussi migratori, quindi, nell’attuale fase di crisi economica non garantiscono la stabilità occupazionale di una volta. Questa considerazione introduce anche al commento sulla soddisfazione che gli intervistati hanno del posto del lavoro: lo sono abbastanza 8 su 10 e molto 1 su 10. (D. Licata)
Fonte. Fondazione Migrantes 20/07/2010
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