Oltre i banchi: La sfida educativa di fronte all'aumento di alunni non italiani
Secondo i dati del ministero della Pubblica Istruzione, il numero degli alunni non italiani nelle scuole italiane è in continua crescita: ha rappresentato nell'anno scolastico 2008/2009 il 7% del totale degli alunni, corrispondente a circa 629 mila unità. Nell'anno scolastico 2007/2008 la percentuale sul totale era del 6,4%
Nel presentare i dati, il ministero scrive: “Nell'ambito del fenomeno immigrazione - considerato a tutt'oggi elemento costitutivo delle nostre società - l'integrazione piena degli stranieri è un obiettivo fondamentale e, in questo processo, primario è da considerarsi il ruolo della scuola”. A questa priorità sono dedicati due interventi apparsi sul numero di giugno di “Oasis”, rivista edita in quattro differenti edizioni (italiano, inglese-arabo, francese-arabo, inglese-urdu). Le riflessioni - dal titolo “Immigrazione: perché non basta non essere razzisti” e “Le buone intenzioni, così facili e così pericolose” - sono di Luisa Ribolzi, docente di sociologia dell'educazione all'Università di Genova, e di Paolo Branca, docente di lingua araba all'Università Cattolica di Milano.
L'aumento degli studenti non italiani nelle scuole italiane, commenta la sociologa Luisa Ribolzi, “non è solo quantitativo: l'estensione dalle scuole materne alle superiori e l'incremento di alunni stranieri nati in Italia sono gli indicatori più evidenti del fatto che la popolazione immigrata non è più composta da singoli individui, ma in misura crescente dalle famiglie, che sono diventate l'interfaccia delle strutture e delle istituzioni”.
“Nella scuola - prosegue la studiosa nella sua analisi - il multiculturalismo si esprime talvolta nel rifiuto di qualsiasi valore forte, ma in campo educativo i valori deboli non sono motivanti, e danno luogo a personalità irrealizzate o, nei casi migliori, altrettanto deboli, con adulti incapaci sia di trasmettere ai giovani i valori della tradizione, sia di operare una sintesi tra vecchio e nuovo”. Secondo la docente, il modello di scuola multiculturale “è entrato in crisi per due motivi: il crescere di un atteggiamento di difesa da parte dei cittadini originari che percepiscono i nuovi arrivati come una minaccia, concorrenti sleali nello spartirsi risorse sempre più ridotte, e la caduta del desiderio di assimilazione da parte dei nuovi arrivati che si esprime con atteggiamenti di tipo fondamentalista”.
“Il sistema scolastico - conclude quindi l'esperta - si trova a farsi carico del problema della diversità in un quadro assai complesso, in cui emerge con chiarezza che l'integrazione non è e non può essere compito di un solo soggetto, ma deve essere affrontata in un'ottica di collaborazione tra le varie agenzie e soggetti sociali”. Il ruolo comunque della scuola “risulta cruciale”. “Parlare di emergenza scuola - incalza il docente di lingua araba, Paolo Branca - a causa di troppi stranieri in classe o addirittura di una invasione che comincerebbe dalle aule, intercetta un allarme diffuso e un comprensibile disagio che non ha nulla a che fare con il razzismo, ma con un sano realismo di chi vede un'istituzione già sovraccarica di problematiche, aggiungere ai suoi già numerosi oneri quello di trovarsi in prima linea di fronte a un fenomeno che sta trasformando profondamente la nostra società senza che nessuno abbia le idee chiare su come fronteggiarlo. Ma queste grida di allarme favoriscono più la diffusione di una sorta di generalizzata tendenza al si salvi chi può che qualche efficace intervento ragionale sulla sostanza delle cose”. Insomma, secondo l'esperto, “il fenomeno va gestito e non subìto” e per farlo “occorre che tutti facciano la loro parte” e “chi non si pone al servizio di una simile prospettiva preferendo propagare un senso di allarme sterile e controproducente agisce contro la logica della vera democrazia”.
Il processo d'integrazione va comunque “oltre i banchi di scuola” e coinvolge anche oratori, associazionismo e volontariato “dove un numero sempre crescente di ragazzi di origine non italiana (e di fede non cristiana) si reca almeno per attività di svago”. “Un'immensa ricchezza - conclude Branca - resta dunque da valorizzare, nella latitanza da parte di istituzioni e mass media distratti o malati di sensazionalismo, incapaci di investire nella formazione perché ossessionati da risultati immediati e ad effetto che garantiscano una qualche forma di visibilità e di consenso, spesso in prospettiva sicuritaria, senza essere in grado di comprendere che il miglior antidoto alla marginalizzazione di interi gruppi sociali è proprio l'inclusione positiva delle nuove generazioni”.
(Sir Italia, 28 luglio 2010)
Fonte: Migranti-press Nr. 32-34 del 07 - 27.08.2010
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