Detenzione nei CIE
Da una nota del "Jesuit Refugee Service"
La detenzione dei migranti nei centri di 23 Paesi europei provoca “danni alla salute fisica e mentale”, soprattutto tra le categorie più vulnerabili come donne e minori.
MIGRAZIONI: JRS-EUROPE (GESUITI), DETENZIONE NEI CENTRI PROVOCA “DANNI FISICI E MENTALI”
La detenzione dei migranti nei centri di 23 Paesi europei provoca “danni alla salute fisica e mentale”, soprattutto tra le categorie più vulnerabili come donne e minori.
Richiedenti asilo e immigrati irregolari soffrono di “ansia, depressione, emigrazione, perdita di peso, insonnia” dovute allo stress psico-fisico di trovarsi privati della libertà “senza aver commesso nessuno reato”, inattivi, senza contatti con l’esterno, in condizioni igieniche precarie, nell’incertezza del futuro. L’80% dei richiedenti asilo non sa quando potrà uscire dal centro. Molti equiparano il loro centro di detenzione ad una “prigione” e in molti centri sono stati registrati abusi fisici e verbali. E’ quanto emerge, in sintesi, da uno studio di 400 pagine realizzato dal Jesuit refugee service-Europe, il servizio dei gesuiti che ha sede a Bruxelles, che ha coinvolto organizzazioni non governative di 23 Paesi europei. L’Italia ha collaborato tramite il Centro Astalli, ma né in Italia né nel Regno Unito (che non ha dato il permesso di condurre ricerche nei centri) sono stati intervistati migranti. Il progetto “Diventare vulnerabili durante la detenzione”, presentato oggi a Bruxelles, è cofinanziato dalla Commissione europea tramite il Fondo europeo per i rifugiati.
Dal rapporto emerge che “più è lunga la detenzione più le condizioni dei migranti peggiorano”.
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La durata media della detenzione è di circa 3 mesi, ma si va da 1 giorno a 31 mesi. Molti migranti - si legge nello studio - si lamentano delle condizioni dei centri: toilette e docce “poco pulite, scarsa qualità e igiene del cibo, “sovraffollamento”. Le regole dei centri (orari stabiliti dei pasti, della ricreazione, coprifuoco notturni) fanno sentire i migranti “come se fossero in prigione”, in una situazione di grande “isolamento e inattività”. “Abusi fisici sono stati registrati in tre quarti dei Paesi europei – denuncia il rapporto -, e abusi verbali in 19 Stati membri. I minori, le donne dai 18 ai 24 anni e i richiedenti asilo riferiscono di essere stati vittime di abusi fisici e verbali”. Anche le cure mediche vengono giudicate insufficienti: “Mancano specialisti come psicologi, ginecologi e dentisti. L’87% dice di non aver usufruito di terapie psicologiche” e il 90% delle donne tra i 18 e i 24 anni chiede migliori cure sanitarie. “La salute fisica – osserva lo studio – peggiora con la durata della detenzione”: il 72% di chi che è detenuto dai 4 ai 5 mesi lamenta problemi di salute.
La maggior parte dei disturbi sono di natura mentale, e molti si dicono “scioccati”, “impauriti” e “depressi”: soffre di problemi psicologici il 71% dei migranti che trascorre dai 4 ai 5 mesi nei centri.
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L’80% dei richiedenti asilo non riceve visite di familiari e amici. La ricerca dei gesuiti europei conclude affermando che “il costo umano della detenzione è troppo alto”, quindi “bisogna ricorrervi solo come ultima risorsa”. Per questo vengono suggerite una serie di raccomandazioni ai decisori europei e agli Stati membri: la richiesta che “i richiedenti asilo non siano detenuti durante la procedura”; l’attuazione, per i richiedenti asilo, di “misure alternative alla detenzione che rispettino la dignità umana e i diritti fondamentali”; un sistema di identificazione dei bisogni dei richiedenti asilo e delle categorie più vulnerabili attivo “nei luoghi di ingresso” (terra, mare o aria); e nel caso non si possa evitare la detenzione, “che sia usata per il minor tempo possibile”, con il “supporto di aiuto legale e/o assistenza fin dal primo giorno di detenzione”. Si chiede, inoltre, che vengano date ai richiedenti asilo “tutte le informazioni necessarie, in forma scritta ed orale, nella lingua che comprendono, per poter avviare la domanda di asilo”, ma anche la possibilità di svolgere attività “fisiche ed intellettuali”, di “avere contatti con il mondo esterno”, e “adeguate cure mediche, comprese quelle psicologiche”. Il testo completo della ricerca è disponibile su www.jrseurope.org.
I Centri di permanenza temporanea (CPT), ora denominati Centri di identificazione ed espulsione (CIE), sono strutture istituite in ottemperanza a quanto disposto all'articolo 12 della legge Turco- Napolitano (L. 40/1998)[1] per ospitare gli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera" nel caso in cui il provvedimento non
sia immediatamenti eseguibile.
I CPT sono da intendersi come i terminali delle politiche migratorie italiane ed europee. Poiché essi hanno la funzione di consentire accertamenti sull'identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un'espulsione certa, il loro senso politico si traccia in relazione all'apparato legislativo sull'immigrazione nella sua interezza.
Nell'ordinamento italiano i CPT costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento).
Fonte: Chiesa Cattolica Italiana 09/06/2010
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